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Mercoledì 23 SETTEMBRE 2020
Aborto, suicidio assistito ed eutanasia. La Chiesa ribadisce i suoi tre “no” e invita gli operatori all’obiezione di coscienza e alla disobbedienza civile quando non è prevista. Condanna durissima anche per il legislatore

Pubblicato ieri un documento sul fine vita curato dalla Congregazione per la Dottrina delle Fede, l'organo più autorevole del Vaticano incaricato di promuovere e tutelare la dottrina della Chiesa cattolica. Netta e definitiva la condanna: “L’eutanasia è un atto omicida che nessun fine può legittimare e che non tollera alcuna forma di complicità o collaborazione, attiva o passiva. Coloro che approvano leggi sull’eutanasia e il suicidio assistito si rendono, pertanto, complici del grave peccato che altri eseguiranno. Costoro sono altresì colpevoli di scandalo perché tali leggi contribuiscono a deformare la coscienza, anche dei fedeli”. IL TESTO INTEGRALE

E’ stata pubblicata ieri la lettera integrale Samaritanus Bonus sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita della Congregazione per la Dottrina della Fede già approvata da Papa Francesco nel giugno scorso ma solo ieri presentata alla stampa in Vaticano.
 
Nel lungo e articolato documento suddiviso in 12 paragrafi elaborato dall'organismo della Curia romana incaricato di promuovere e tutelare la dottrina della Chiesa cattolica si fissano altrettanti principi inderogabili per i fedeli ma, nell’intento degli estensori, incidenti anche per i laici e le stesse istituzioni legislative civili.
 
Non si usa il termine scomunica ma certamente l’anatema contro quelle istituzioni che legittimano pratiche di “morte” viene lanciato forte e chiaro: “L’eutanasia è un atto omicida che nessun fine può legittimare e che non tollera alcuna forma di complicità o collaborazione, attiva o passiva. Coloro che approvano leggi sull’eutanasia e il suicidio assistito si rendono, pertanto, complici del grave peccato che altri eseguiranno. Costoro sono altresì colpevoli di scandalo perché tali leggi contribuiscono a deformare la coscienza, anche dei fedeli”.
 
Un linguaggio molto duro e netto che non lascia dubbi sulla visione ufficiale delle Chiesa cattolica sul fine vita che ritroviamo anche quando si parla di suicidio assistito: “Aiutare il suicida è un’indebita collaborazione a un atto illecito, che contraddice il rapporto teologale con Dio e la relazione morale che unisce gli uomini affinché condividano il dono della vita e compartecipino al senso della propria esistenza”.
 
E che trova una compiuta condanna laddove leggiamo: “Sono gravemente ingiuste, pertanto, le leggi che legalizzano l’eutanasia o quelle che giustificano il suicidio e l’aiuto allo stesso, per il falso diritto di scegliere una morte definita impropriamente degna soltanto perché scelta. Tali leggi colpiscono il fondamento dell’ordine giuridico: il diritto alla vita, che sostiene ogni altro diritto, compreso l’esercizio della libertà umana. L’esistenza di queste leggi ferisce profondamente i rapporti umani, la giustizia e minaccia la mutua fiducia tra gli uomini. Gli ordinamenti giuridici che hanno legittimato il suicidio assistito e l’eutanasia mostrano, inoltre, una evidente degenerazione di questo fenomeno sociale”.
 
Il tema dell’aborto non è invece oggetto diretto del documento anche se la lettera del Buon Samaritano vi interviene laddove si sofferma sul tema dell’accompagnamento e la cura in età prenatale e pediatrica, sottolineando come “…l’uso a volte ossessivo della diagnosi prenatale e l’affermarsi di una cultura ostile alla disabilità inducono spesso alla scelta dell’aborto, giungendo a configurarlo come pratica di “prevenzione”. Esso consiste nell’uccisione deliberata di una vita umana innocente e come tale non è mai lecito. L’utilizzo delle diagnosi prenatali per finalità selettive, pertanto, è contrario alla dignità della persona e gravemente illecito perché espressione di una mentalità eugenetica. In altri casi, dopo la nascita, la medesima cultura porta alla sospensione o al non inizio delle cure al bambino appena nato, per la presenza o addirittura solo per la possibilità che sviluppi nel futuro una disabilità. Anche questo approccio, di matrice utilitarista, non può essere approvato. Una simile procedura, oltre che disumana, è gravemente illecita dal punto di vista morale”.
 
Ribadito anche il no alla sospensione di alimentazione e idratazione artificiali salvo quando “non risulta di alcun giovamento al paziente, perché il suo organismo non è più in grado di assorbirli o metabolizzarli”.
 
E poi una nuova puntualizzazione sull’accanimento terapeutico che la Chiesa cattolica conferma di rifiutare, “nell’imminenza di una morte inevitabile”, quando “è lecito in scienza e coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi”.
 
Ma, si specifica, “ciò significa che non è lecito sospendere le cure efficaci per sostenere le funzioni fisiologiche essenziali, finché l’organismo è in grado di beneficiarne (supporti all’idratazione, alla nutrizione, alla termoregolazione; ed altresì aiuti adeguati e proporzionati alla respirazione, e altri ancora, nella misura in cui siano richiesti per supportare l’omeostasi corporea e ridurre la sofferenza d’organo e sistemica)”.
 
La sospensione di ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione dei trattamenti non deve essere desistenza terapeutica. Tale precisazione – si legge nel documento - si rende oggi indispensabile alla luce dei numerosi casi giudiziari che negli ultimi anni hanno condotto alla desistenza curativa – e alla morte anticipata – di pazienti in condizioni critiche, ma non terminali, a cui si è deciso di sospendere le cure di sostegno vitale, non avendo ormai essi prospettive di miglioramento della qualità della vita”.
 
E inoltre, si legge ancora, “Nel caso specifico dell’accanimento terapeutico, va ribadito che la rinuncia a mezzi straordinari e/o sproporzionati «non equivale al suicidio o all’eutanasia; esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte» o la scelta ponderata di evitare la messa in opera di un dispositivo medico sproporzionato ai risultati che si potrebbero sperare. La rinuncia a tali trattamenti, che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, può anche voler dire il rispetto della volontà del morente, espressa nelle cosiddette dichiarazioni anticipate di trattamento, escludendo però ogni atto di natura eutanasica o suicidaria.”.

E infine un monito affinché sia sempre prevista e praticata (anche in assenza di una legge specifica) l’obiezione di coscienza da parte degli operatori sanitari e delle istituzioni sanitarie cattoliche perché “dinnanzi a leggi che legittimano – sotto qualsiasi forma di assistenza medica – l’eutanasia o il suicidio assistito, si deve sempre negare qualsiasi cooperazione formale o materiale immediata”.
 
Per la Congregazione, “è necessario che gli Stati riconoscano l’obiezione di coscienza in campo medico e sanitario, nel rispetto dei principi della legge morale naturale, e specialmente laddove il servizio alla vita interpella quotidianamente la coscienza umana”.
 
Ma, “dove questa non fosse riconosciuta – si legge nel documento - si può arrivare alla situazione di dover disobbedire alla legge, per non aggiungere ingiustizia ad ingiustizia, condizionando la coscienza delle persone. Gli operatori sanitari non devono esitare a chiederla come diritto proprio e come contributo specifico al bene comune”.

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