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Lunedì 18 MAGGIO 2015
Farmaceutica. Confindustria: “Il settore vola nell’export: tra 2010 e 2014: +50%. Record mondiale”. E nello stesso periodo è primato nazionale per crescita fatturato: +11 miliardi per farmaci e preparati

Le esportazioni rappresentano il 72% del fatturato, in forte crescita rispetto a 10 anni fa, quando segnavano il 46%. Da metà 2014 registrate 5mila nuove assunzioni, di cui 2mila under 30. Necessaria, però, una semplificazione delle procedure, "un fattore determinante anche per la ricerca, in particolare per l’autorizzazione degli studi clinici". IL REPORT DI CONFINDUSTRIA.

L’Italia con 29 miliardi di fatturato e 63 mila addetti è il secondo produttore farmaceutico della Ue, grazie soprattutto alla crescita dell’export (+50% dal 2010 al 2014) e alla ripresa dell’occupazione nel 2014, pari al +1%. E’ quanto emerge da un’analisi elaborata dal Centro studi di Confindustria che sottolinea: “L’export è la variabile chiave per la crescita dell’industria farmaceutica in Italia, ma comprimere oltre misura la domanda nazionale può compromettere la tenuta del settore. Sia per le aziende a maggiore presenza sul mercato interno sia per quelle proiettate sui mercati internazionali, perché misure di taglio danneggiano la competitività generale del sistema”. E’ per questo che le imprese del farmaco “devono poter contare su politiche stabili per favorire gli investimenti: porre la giusta attenzione al valore industriale della farmaceutica e riconoscerne l’innovazione possono far vincere all’Italia la competizione internazionale".

Tra il 2010 e il 2014 l’Italia ha aumentato di più al mondo il valore delle esportazioni di farmaci e vaccini. Sono cresciute sia le quantità esportate, sia il loro valore medio, aumentato più del doppio del totale Ue: +29,7% rispetto a +12,5%. E nel 2014 il valore medio dei farmaci esportati dal nostro Paese è stato superiore a quello degli altri grandi paesi UE (+4%), mentre nel 2010 era inferiore del 27%. Analizzando le ragioni strutturali di queste dinamiche virtuose, si evince che la crescita della produzione farmaceutica negli ultimi cinque anni è dipesa per il 32% da attività già realizzate in Italia, per il 21% da produzione di nuovi farmaci, per il 47% dall’attrazione in Italia di produzioni prima effettuate in altri paesi.

Determinante poi il contributo arrivato dalle risorse umane e dall’efficienza dei settori dell’indotto che, sottolinea lo studio, con 64 mila addetti creano sinergie di crescita, in particolare nella meccanica e nel packaging, per i quali l’Italia è leader mondiale insieme alla Germania. In Italia l’effetto moltiplicatore, cioè il valore generato nell’indotto, è più alto che in Europa (2,5 rispetto a 2,0), riflettendo la specializzazione farmaceutica.
Il saldo estero di farmaci e vaccini nel 2014 è stato pari a +5,2 miliardi: l’Italia produce molti più farmaci di quanti ne consumi, perché intercetta quote crescenti della domanda mondiale e, come visto, alcune produzioni vengono spostate in Italia. Le esportazioni rappresentano il 72% del fatturato, in forte crescita rispetto a 10 anni fa, quando segnava 46%. Tra il 2004 e il 2014 i “medicinali e preparati farmaceutici” (il 90% del totale) hanno registrato la maggiore crescita tra tutti i settori dell’economia: +11 miliardi di euro.

Da metà 2014 l’occupazione ha ripreso a crescere, raggiungendo quota 63mila addetti, grazie a 5.000 assunzioni, tra le quali quelle di 2.000 giovani con meno di 30 anni. Fondamentale, nel complesso, il forte e inscindibile intreccio tra ricerca e industria farmaceutica: 1,3 miliardi investiti nel 2014 e 6 mila addetti, per oltre il 50% donne. All’interno del comparto manifatturiero, la farmaceutica è terza per valore della spesa in R&S dopo mezzi di trasporto e meccanica e presenta la più alta incidenza della R&S svolta esternamente. Tuttavia, rileva lo studio, “Come per il totale dell’economia, anche per la farmaceutica l’Italia ha un’intensità di R&S inferiore a quella dei principali Paesi europei e questo rappresenta una delle sfide più importanti per la crescita del settore”.

Nonostante ciò, il nostro Paese si caratterizza per una produzione scientifica di grande valore ed è sede di importanti centri di eccellenza: ad esempio per l’oncologia, le malattie rare, la terapia genica, i vaccini, le biotecnologie, che hanno visto un forte progresso che oggi colloca l’Italia tra i paesi a maggiore impatto sulla comunità scientifica. Il primo farmaco a base di cellule staminali approvato in Europa è frutto della ricerca di un’impresa italiana. Ed è nato in Italia il primo vaccino anti-ebola che dà risultati incoraggianti. Da segnalare anche che le imprese del farmaco rappresentano oltre l’80% del settore delle biotecnologie per la salute in Italia, con un ruolo determinante nella pipeline di oltre 400 farmaci e vaccini in sviluppo.

Tuttavia, nota in conclusione lo studio, l’Italia spende meno risorse pubbliche degli altri paesi Ue per la sanità e in particolare per la farmaceutica: -30% pro-capite. Dal 2011 al 2014 il totale della spesa pubblica (al netto degli interessi) è aumentato del 3,9%,mentre la spesa sanitaria è diminuita dell’1,1% e quella farmaceutica addirittura del 2,6%. Bisogna infine sottolineare che i prezzi dei farmaci in Italia, contrattati a livello nazionale dall’Agenzia Italiana del Farmaco, sono inferiori del 15/20% a quelli dei principali paesi europei. Per questo, osserva Confindustria, “la spesa farmaceutica è già sotto controllo e non deve essere ulteriormente penalizzata. Al contrario, ne va valorizzato il ruolo di efficienza per il welfare, valutando i costi che evita. Ad esempio, scongiurando il ricorso a prestazioni più costose (un giorno di ricovero in ospedale costa circa 1.000 euro, quasi quanto quattro anni di assistenza farmaceutica pubblica, pari a 271 euro pro-capite, oppure con la prevenzione: 1 euro speso per la vaccinazione può evitare 24 euro di costi per curare chi si ammala”.

Altra priorità ineludibile evidenziata è la semplificazione delle procedure, “un fattore determinante anche per la ricerca, in particolare per l’autorizzazione degli studi clinici, per i quali nel mondo ogni anno sono investiti oltre 50 miliardi di euro che possono essere attratti anche rapidamente, creando vantaggi per i pazienti, i ricercatori e – conclude lo studio- per il Ssn, poiché le imprese che li promuovono si fanno carico di tutti i costi ad essi connessi”.

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