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Mercoledì 21 GIUGNO 2023
La tempesta perfetta è pronta ad abbattersi sulla salute degli italiani tra cattivi stili di vita e crisi dell’assistenza sanitaria sempre più sottofinanziata. Il Rapporto Osservasalute

Aumentano poi le cronicità e non migliora la prevenzione: si rischia quindi la collisione con un sistema sanitario sotto-finanziato e una popolazione sempre più vecchia. Le cause della mortalità evitabile ci dicono che ancora bisogna migliorare l’adesione ai programmi di screening. Presentato oggi il nuovo Rapporto dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane giunto alla XX edizione.

È allerta rossa per la salute degli italiani. Tra cattivi stili di vita, poca prevenzione, invecchiamento irrefrenabile della popolazione, un inverno demografico che non arretra, un ambiente in cattiva salute che ci fa ammalare e, soprattutto, un sistema sanitario sempre più fragile e sotto-finanziato (siamo al 13° posto nella graduatoria dei Paesi Ue per spesa pro capite e al decimo per spesa sanitaria rispetto al Pil), il banco rischia di saltare.

Specialmente se a tutto questo aggiungiamo le ricadute negative della pandemia sull’offerta dei programmi di screening e sulla mancata adesione da parte della popolazione (e ancora non conosciamo quali saranno gli effetti che l’onda lunga del Covid potrà provocare).
Insomma il rischio di essere travolti da una tempesta perfetta non è così impensabile.

Ecco perché bisogna agire in fretta e far sì che la salute e la sanità diventino una priorità per i decisori politici. Ma anche che la popolazione diventi consapevole di questa emergenza sanitaria.

È questo il fermo immagine del XX Rapporto Osservasalute 2022, curato dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle regioni Italiane, che opera nell’ambito di Vihtali, spin off dell’Università Cattolica, presso il campus di Roma. Una nuova edizione come sempre ricca di dati e approfondimenti: ben 628 pagine frutto del lavoro di 225 ricercatori distribuiti su tutto il territorio italiano che operano presso Università, Agenzie regionali e provinciali di sanità, Assessorati regionali e provinciali, Aziende ospedaliere e Aziende sanitarie, Iss, Cnr, Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori, Ministero della Salute, Aifa e Istat.

“Il settore della sanità sta uscendo faticosamente dalla crisi generata dalla pandemia. E non siamo ancora in grado di stabilire quali ‘danni collaterali’ alla salute degli italiani abbia causato l’emergenza sanitaria – evidenzia il direttore scientifico di Osservasalute Alessandro Solipaca – quel che è certo è che non ci sarà un aumento consistente del finanziamento ordinario del Ssn da parte dello Stato, come testimonia lo stanziamento previsto nel Def 2023 che prevede, per il 2025, 135 miliardi di euro e, per il 2026, 138 miliardi di euro. Si tratta di stanziamenti che lasciano sostanzialmente invariata la quota di ricchezza nazionale allocata sulla sanità pubblica, il 6,2% del Pil”

“In Italia si corre il rischio di avere una tempesta perfetta, cioè da un lato l’aumento dei fattori di rischio per diverse malattie legati sia alla demografia della popolazione, sia all’epidemiologia con un importante aumento delle malattie croniche - sottolinea il professor Walter Ricciardi, direttore di Osservasalute e ordinario di Igiene Generale e Applicata Dipartimento di Scienze della Vita e Sanità Pubblica Università Cattolica, Campus di Roma, nonché Presidente del Mission Board for Cancer, Commissione Europea – e dall’altro il deterioramento forte di un Servizio Sanitario Nazionale che riesce sempre meno a garantire anche i servizi essenziali. Si allungano le liste d’attesa, mentre i pronto soccorso sono sempre più affollati e sempre più in ritardo, loro malgrado, nel dare risposte tempestive ai cittadini”.

“Bisogna che la salute e la sanità diventino una priorità dei decisori – aggiunge Ricciardi – cosa che in questo momento non è, bisogna anche che la popolazione diventi più consapevole di questa emergenza sanitaria, perché molto spesso i cittadini si rendono conto di questo deficit assistenziale solo quando hanno un problema di salute. Bisognerebbe cercare di garantire alla più grande opera pubblica del Paese, che è il Ssn, adeguati finanziamenti e supporto in tutte le regioni italiane”.

Ed è proprio in occasione dei venti anni di Osservasalute che emerge con evidenza dirompente come “le disuguaglianze regionali in termini di assistenza sanitaria siano aumentate nel tempo, il che determina una sempre più forte spaccatura del Paese in cittadini di serie A e cittadini di serie B” conclude il professor Ricciardi.

Vediamo in sintesi alcuni dei dati emersi dal Rapporto Osservasalute.

Sistema sottofinanziato. I dati parlano chiaro, nel 2022 la spesa sanitaria pubblica si è attestata a 131 miliardi (6,8% del PIL), quella a carico dei cittadini a circa 39 miliardi (2% del PIL). I confronti internazionali evidenziano, nel 2020, che la spesa sanitaria dell’Italia, a parità di potere d’acquisto, si è mantenuta significativamente più bassa della media UE-27, sia in termini di valore pro capite (2.609 euro vs 3.269 euro) che in rapporto al PIL (9,6% vs 10,9%).

Il nostro Paese si colloca al tredicesimo posto della graduatoria dei Paesi UE per la spesa pro capite, sotto Repubblica Ceca e Malta e molto distante da Francia (3.807 euro pro capite) e Germania (4.831 euro), mentre la Spagna presenta un valore di poco inferiore a quello dell’Italia (2.588 euro). Germania, Olanda, Austria e Svezia sono i Paesi con la spesa pro capite, a parità di potere d’acquisto, più elevata, prossima o superiore ai 4mila euro.
Per la spesa sanitaria rispetto al PIL, l’Italia occupa la decima posizione insieme alla Finlandia. Francia e Germania sono i Paesi con l’incidenza più elevata, superiore al 12%; i confronti internazionali confermano che la spesa sanitaria in Italia, anche nel primo anno di pandemia, si colloca su livelli inferiori rispetto a quelli di altri importanti Paesi dell’UE (Francia e Germania) e al di sotto della media europea, sia in termini di valore pro capite (2.609 euro vs 3.269 euro ) sia in rapporto al PIL (9,6% vs 10,9%).

Tanti anziani e pochi figli L’età media della popolazione, che è pari a 46,2 anni nel 2022 si stima raggiungerà i 50,6 anni nel 2050. Inoltre, nei prossimi decenni si prevede proseguirà il calo della popolazione residente dovuto al protrarsi del regime di bassa fecondità e alla graduale diminuzione dei flussi migratori dall’estero. Si prevede, infatti, che la popolazione residente passerà dai 59,2 milioni di abitanti attuali ai 54,2 milioni di abitanti residenti nel 2050. La popolazione ultracentenaria va rapidamente aumentando sia in termini assoluti che relativi. Nel 2013 quasi tre residenti su 10.000 hanno 100 anni ed oltre. In questo segmento di popolazione le donne sono estremamente più numerose. La popolazione di età 65 anni ed oltre rappresenta il 23,9% della popolazione residente ossia più di una persona su cinque ha 65 anni ed oltre.

L’Italia ha anche un altro triste primato, figlio di un welfare scarno che non aiuta le famiglie: è il Paese in Europa con la percentuale più alta di madri di 35-40 anni, il 35,4%, ovvero oltre una neo-mamma su tre. Il numero medio di figli per donna per il complesso delle residenti è, nel 2021, pari a 1,25 (italiane 1,18 e straniere 1,87 figli per donna). Notevoli le differenze territoriali. Il numero medio di figli per donna è, infatti, pari a 1,72 nella PA di Bolzano rispetto a 0,99 registrato in Sardegna.

Dobbiamo poi fare i conti con il peso della pandemia, evidenzia il Rapporto. Si avverte un eccesso di mortalità registrato in Italia nel 2020 rispetto al periodo pre-pandemico, che è del +10,2%, tra i più elevati in Europa (anche se il dato potrebbe essere in realtà l’effetto di una sotto-notifica dei decessi Covid-19 negli altri stati membri), superato solo da alcuni Paesi come Spagna e Polonia (rispettivamente 11,0% e 13,2%). La media dei Paesi UE-27 è pari a +5,7%. Nel 2021 l’eccesso italiano (+3,6%) scende sotto la media europea (+7,0%), che rimane elevata a causa dell’impennata nell’eccesso di mortalità nei Paesi dell’Est-Europa (tra questi Bulgaria con +32,3% e Polonia con +21,6%).

L’elevato eccesso di mortalità registrato nei due anni di pandemia si è tradotto poi in una diminuzione della speranza di vita in quasi tutti i Paesi europei con una perdita in media di 1,2 anni di vita attesa nel 2021 rispetto al 2019. L’effetto complessivo sulle aspettative di vita è ancora negativo in tutti gli Stati membri dell’UE, ad eccezione di Lussemburgo (+0,1 anni), Malta e Svezia (stesso livello nel 2019 e nel 2021).

In Italia, nel complesso, rispetto alla situazione pre-pandemica, sono gli uomini del Mezzogiorno che hanno perso più anni di speranza di vita. Dal 2019 al 2022, a livello regionale, il Molise e la Puglia hanno subito le maggiori perdite (rispettivamente, -1,2 anni e -1,1 anni). La regione che ha perso meno anni di vita è la PA di Trento (-0,1 anni). Al 2022, rispetto al 2019, per le donne ci sono meno differenze geografiche rispetto agli uomini. Le regioni maggiormente sfavorite sono il Molise (-1,3 anni), la Calabria e la Sardegna (-1,0 anni). Hanno perso di meno la PA di Trento e la Basilicata (-0,3 anni). Tutte le regioni, comunque, hanno subito diminuzioni rispetto al 2019. Riguardo alla speranza di vita a 65 anni, a livello nazionale nel 2022, si registrano i seguenti dati: 18,9 anni per gli uomini e 21,9 anni per le donne. A livello regionale, per il genere maschile, la PA di Trento è in testa alla classifica (19,8 anni). Sono invece gli uomini della Campania a presentare la speranza di vita a 65 anni più bassa (17,8 anni). Per le donne, il primato spetta alla PA di Trento (23,3 anni), seguita da PA di Bolzano (22,7 anni).

L’analisi della mortalità evitabile riconducibile ai servizi sanitari (amenable mortality) - che nel periodo 2018-2019 è pari a 63,98 per 100milamentre era 65,53 nel biennio 2016-2017-, mostra che, nonostante la diminuzione complessiva del dato, è ancora molto alta la quota di decessi attribuibili ai tumori e alle malattie cardiocircolatorie: infatti, il 70% dei decessi evitabili registrati negli ultimi 2 anni disponibili è dovuto, ai tumori maligni del colon e del retto (19,13%), alle malattie cerebrovascolari (17,96%), ai tumori maligni della mammella (16,88%) e malattie ischemiche del cuore (16,03%). Questi decessi si sarebbero potuti evitare se le condizioni che li hanno causati fossero state intercettate per tempo con le campagne di screening. I valori più bassi tra le Regioni si registrano nella PA di Trento (46,42 per 100.000) e più alti in Campania (81,41 per 100mila).

Ritardi negli screening. L’emergenza sanitaria per la gestione della pandemia da Covid-19 ha lasciato il segno su molti fronti: e si è tradotta, da una parte, in un ritardo e in una conseguente sostanziale riduzione dell’offerta dei programmi di screening organizzati da parte delle Asl e, dall’altra, in una riduzione di adesione da parte della popolazione, con il risultato che nel 2020 si osserva il rallentamento del trend in crescita della copertura dello screening mammografico che si andava registrando negli anni precedenti (come accade per gli altri screening oncologici), in particolare il ricorso allo screening su iniziativa spontanea tende ad aumentare soprattutto nelle regioni meridionali.

Secondo i dati Passi, nel periodo 2020-2021, il 47% della popolazione target femminile si è sottoposta a screening per il tumore della cervice uterina (Pap test e/o HPV test), aderendo ai programmi offerti dalle Asl, ma una quota rilevante, pari al 30%, si è sottoposta a screening cervicale a scopo preventivo e nei tempi raccomandati per iniziativa spontanea. Nel Nord e nel Centro la quota di donne che si sottopone a screening per il tumore della cervice uterina nell’ambito di programmi organizzati è significativamente maggiore della quota di donne che lo fa su iniziativa spontanea (60% vs 25% nel Nord e 53% vs 32% nel Centro); nelle regioni meridionali la quota di donne che si sottopone a screening nell’ambito di programmi organizzati è fra le più basse (34%) e confrontabile con la quota di donne che lo fa su iniziativa spontanea.

La copertura media nazionale dello screening per il tumore del colon-retto è molto lontana dall’atteso: dai dati Passi 2020-2021, il 44% della popolazione target riferisce di essersi sottoposta, a scopo preventivo, ad uno degli esami (ricerca del Sof negli ultimi 2 anni oppure colonscopia/retto-sigmoidoscopia negli ultimi 5 anni) per la diagnosi precoce dei tumori colorettali. Forte il gradiente geografico Nord-Sud ed Isole: la copertura dello screening per il tumore del colon-retto raggiunge valori più alti fra i residenti al Nord (67%), ma è significativamente più basso fra i residenti del Centro (56%) e del Sud e Isole (25%). Ampia la variabilità fra regioni: il dato più elevato di copertura si registra in Friuli Venezia Giulia con il 73%, quello più basso in Calabria con il 10% (dati standardizzati per genere ed età).

È fondamentale anche guardare all’assistenza territoriale, sottolinea poi il Rapporto, perché è sul territorio che si disegnerà la sanità del futuro: in questo ambito emerge che le prime visite specialistiche effettuate nel 2021 ammontano a 23 milioni e 600 mila (delle quali i due terzi prescritte dai Mmg). Si tratta di un numero ancora inferiore all’anno pre-pandemico: nel 2019 erano circa 26 milioni e 700 mila. Per quanto riguarda invece le visite specialistiche di controllo nel 2021 ne sono state erogate 25 milioni e 243.346, delle quali circa il 58% prescritte da un medico specialista; nel 2019 erano circa 32 milioni e 700 mila.

Le cronicità Nel 2021, l’ipertensione arteriosa è la patologia maggiormente riscontrata nei pazienti in carico agli 800 Mmg validati del network Health Search (il 29,7% degli assistiti), seguita dai disturbi tiroidei (con l’eccezione dei tumori tiroidei), con il 17,1%, l’osteoartrosi, il 15,9%, l’asma bronchiale, il 9,1%, il diabete mellito tipo 2, con l’8,1%, l’ictus ischemico, con il 4,7%, le malattie ischemiche del cuore, il 4,3%, la Bpco, con il 2,9%, lo scompenso cardiaco congestizio, con l’1,2%, e, infine, la malattia di Parkinson con lo 0,3% dei pazienti assistiti.

La gran parte delle patologie prese in esame ha mostrato una crescita nelle stime di prevalenza dal 2016 al 2019; stime che tuttavia sono risultate in calo o stabili nel 2020 e nel 2021. Fanno, tuttavia, eccezione l’ipertensione, i disturbi tiroidei e l’asma, che hanno mostrato un andamento crescente in tutto il periodo considerato.

La prevalenza di pazienti con multicronicità (ossia con almeno due delle patologie croniche analizzate in precedenza) in carico alla Medicina Generale del network HS risulta in crescita dal 2016 (22,6%) al 2019 (24,4%). Questa rimane pressoché costante nel 2020 (24,5%), per poi mostrare un nuovo innalzamento nel 2021 (25,0%). Tale prevalenza appare più elevata nel genere femminile rispetto a quello maschile in tutti gli anni considerati e, nel 2021, risulta pari al 28,4% tra le donne e al 21,4% tra gli uomini.

A livello regionale si nota che le regioni con un dato sensibilmente superiore al valore nazionale sono Campania (34,8%), Calabria (29,3%), Puglia (27,5%), Basilicata (27,4%), Abruzzo/Molise e Sicilia (27,0% entrambe), Lazio e Sardegna (25,8% entrambe).

La combinazione di patologie croniche più frequente, nel 2021, tra i soggetti presenti in HS con due patologie concomitanti è stata ipertensione e osteoartrosi (23,7%), seguita da ipertensione e disturbi tiroidei (18,1%) e da ipertensione e diabete mellito tipo 2 (11,6%). Nel gruppo di pazienti con tre patologie croniche concomitanti la combinazione più frequente è stata ipertensione, osteoartrosi e disturbi tiroidei (20,7%), a cui si aggiunge il diabete mellito tipo 2 nei soggetti con quattro patologie (12,8%).

Stili di vita e ambiente

Gli italiani sono sempre più in sovrappeso
(il 12% della popolazione, quasi 6 milioni di adulti, è obesa e, complessivamente, il 46,2% dei soggetti di età ≥18 anni è in eccesso ponderale) e poco attivi, con più di un terzo delle persone (33,7%) che ha dichiarato di non praticare sport o attività fisica nel tempo libero (30,3% degli uomini e 36,9% delle donne). La variabile età è poi una discriminante per l’aumento ponderale: al crescere dell’età aumenta la percentuale di popolazione in condizione di eccesso di peso (in sovrappeso o obesa). La percentuale di persone in condizione di sovrappeso passa dal 15,1% della fascia di età 18-24 anni al valore massimo del 42,9% tra i 65-74enni; anche l’obesità passa dal 4,3% al 17,6% per le stesse fasce d’età.

Dal 2001, i maggiori incrementi percentuali si sono realizzati nelle regioni del Nord-Ovest del Paese: l’incidenza di maggiorenni obesi è cresciuta del 45,8%. Nel confronto regionale si evidenzia una differenza di quasi 11 punti percentuali tra la regione con incidenza più alta di persone in sovrappeso e quella con l’incidenza più bassa (40,7% in Basilicata vs 29,9% in Valle d’Aosta) e di 6,6 punti percentuali in riferimento all’incidenza di obesità (15,8% in Molise vs 9,2% nella PA di Trento).

La sedentarietà è dilagante anche tra i più giovani. Infatti, si evidenzia tra il 2020 e il 2021 un forte decremento della pratica sportiva tra i bambini e adolescenti di età 3-17 anni. In queste classi di età tra il 2020 e il 2021 si è osservato un vero e proprio crollo della pratica sportiva specialmente di tipo continuativo, diminuita di circa il 15% (dal 51,3% al 36,2%) e compensata soltanto in parte dalla pratica di qualche attività fisica (dal 18,6% al 26,9%), svolta in modo destrutturato e, quindi, al di fuori delle palestre e dei centri sportivi interessati dalle chiusure. La sedentarietà è, infatti, aumentata dal 22,3% al 27,2%.

Il diabete, poi, dilaga tra gli obesi (il 15,5% di loro ne soffre) e i sedentari (quasi il 12%).

L’analisi territoriale mostra una differente attitudine alla pratica sportiva, in cui le regioni del Meridione si caratterizzano per la quota più bassa di persone che dichiarano di dedicarsi allo sport nel tempo libero, fatta eccezione per l’Abruzzo e la Sardegna dove, rispettivamente, il 35,3% e il 31,9% dichiarano di praticare attività sportiva in modo continuativo o saltuario. Anche per quanto riguarda la pratica di qualsiasi attività fisica, si registra un gradiente decrescente da Nord verso Sud e Isole. La sedentarietà, invece, è inversamente proporzionale al trend sinora registrato: emerge che, nella maggior parte delle regioni meridionali, più della metà della popolazione non pratica sport né attività fisica.

Gli italiani sembrano sempre più depressi A partire dagli anni 2011-2012, a livello nazionale il volume prescrittivo dei farmaci antidepressivi ha registrato inizialmente un lieve aumento, pari a +1,8% dal 2013 al 2016, mentre successivamente l’aumento è stato decisamente più significativo, con i valori che tra il 2017 ed il 2021 hanno registrato un +10,4%. Nel 2021 il consumo di farmaci antidepressivi è stato di 44,6 DDD/1.000 ab die, facendo registrare un aumento del 2,4% rispetto al 2020.

Consumo di farmaci antidepressivi A proposito del consumo di farmaci antidepressivi, a partire dagli anni 2011-2012, a livello nazionale il volume prescrittivo dei farmaci antidepressivi ha registrato inizialmente un lieve aumento, pari a +1,8% dal 2013 al 2016, mentre successivamente l’aumento è stato decisamente più significativo, con i valori che tra il 2017 ed il 2021 hanno registrato un +10,4%. Nel 2021 il consumo di farmaci antidepressivi è stato di 44,6 DDD/1.000 ab die, facendo registrare un aumento del 2,4% rispetto al 2020. Dal 2011 la variazione media annua è stata dell’1,5%.

Il consumo di farmaci antidepressivi è aumentato in tutte le regioni e con una notevole variabilità regionale, si va dalla regione con il consumo più elevato, la Toscana (66,3 DDD/1.000 ab die), e quella con il consumo più basso, la Basilicata (34,9 DDD/1.000 ab die). Sempre nel 2021 i consumi elevati si sono registrati anche in Liguria (58,7 DDD/1.000 ab die), Umbria (57,6 DDD/1.000 ab die), PA di Bolzano (57,1 DDD/1.000 ab die) ed Emilia-Romagna (55,1 DDD/1.000 ab die), che avevano già registrato il maggior consumo di farmaci antidepressivi anche nel 2020.

Inoltre, nel 2021 come nel 2020, le regioni del Sud e le Isole hanno mostrato valori di consumo più bassi, ed in particolare, Basilicata (34,9 DDD/1.000 ab die), Campania (35,1 DDD/1.000 ab die), Sicilia (35,7 DDD/1.000 ab die) e Puglia (35,8 DDD/1.000 ab die) hanno registrato livelli di consumo decisamente più bassi rispetto alla media nazionale. Il maggior aumento si è verificato in Friuli Venezia Giulia (+7,3%), mentre il minore è stato in Calabria (+0,3%).

E l’ambiente in cattiva salute ci fa ammalare Riguardo infine ai fattori di rischio ambientali, il Rapporto mette in luce che, nel 2020, nelle acque superficiali, sono stati trovati pesticidi nel 55,1% dei punti di monitoraggio (nel 2018 la percentuale era 77,3% e nel 2017 era 72,4%). La maggiore presenza di pesticidi in Umbria (94,1%), Puglia (86,4%), Sicilia (81,6%), superano il 70% Piemonte, Lombardia e Veneto.

E.M.

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