L’aborto ai tempi del coronavirus

L’aborto ai tempi del coronavirus

L’aborto ai tempi del coronavirus

Gentile Direttore,
ai tempi di COVID-19, le disposizioni volte a ridurre le possibilità di contagio comportano una notevole limitazione degli accessi in ospedale, spesso ridotti ai soli casi di urgenza; sono tali le interruzioni volontarie di gravidanza, per cui i Centri IVG continuano a lavorare anche in questa situazione difficile e complessa. Ai tempi di COVID-19 la scienza, la medicina, hanno riacquistato autorevolezza e dignità, con importanti manifestazioni di fiducia e di solidarietà da parte dei cittadini.
 
Ma neanche l’epidemia è riuscita a scalzare i preconcetti antiscientifici che fanno dell’Italia un caso pressoché unico tra i paesi, in Europa e nel mondo, nei quali l’aborto è stato legalizzato. Accade cosi che a Lodi, Lombardia, al fine di limitare gli accessi in ospedale, le IVG farmacologiche siano praticamente bloccate e si eseguano quasi esclusivamente IVG chirurgiche. Questo perché in Lombardia la procedura chirurgica prevede 3 accessi in ospedale, mentre la chirurgica ne prevede solo 2. Succede dunque che, anziché adoperarsi per semplificare le procedure riducendo i passaggi in ospedale, si decida di sacrificare il diritto di scelta delle persone, osteggiando o bloccando l’accesso alla procedura farmacologica.
 
E’ un caso limite, quello di Lodi e della Lombardia, ma che racconta come le preclusioni ideologiche – la paura infondata di una banalizzazione dell’aborto e di un conseguente aumento del ricorso a questa scelta – possano spingere a scelte organizzative e di politica sanitaria inappropriate e deleterie. Il nostro è l’unico paese nel quale per l’IVG farmacologica è obbligatorio il ricovero: in regime ordinario per la gran parte delle regioni, o in Day Hospital per le poche regioni “disobbedienti” rispetto alle raccomandazioni del Ministero della Salute e del Consiglio Superiore di Sanità, prive di qualunque fondamento di evidenza scientifica.
 
Nel resto del mondo, infatti, almeno nelle prime 7 settimane di gravidanza, è prevista la possibilità del regime ambulatoriale, con l’assunzione del primo farmaco in ambulatorio (ospedaliero, consultoriale o del medico di famiglia) e del secondo farmaco a domicilio. Accedono in ospedale solo le donne-pochissime- che abbiano avuto complicazioni. In molti centri nel mondo sono state attuate procedure con servizi di telemedicina, che, ad oggi, hanno dato ottimi risultati.
 
La FDA, le cui linee di indirizzo furono il riferimento per le nostre nel 2010, dal 2016 raccomanda il regime “at home” per la IVG farmacologica in gravidanze fino a 70 giorni di amenorrea, perché è sicuro e richiede un minor numero di controlli, il che è un vantaggio non solo dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista delle possibilità di contrarre infezioni legate all’ambiente sanitario.Recependo tali raccomandazioni, basate su una solida letteratura scientifica, la Regione Lazio, con determinazione n.G03244 del 16.3.2017, dopo aver istituito uno specifico Tavolo Tecnico, aveva approvato, in tema di IVG farmacologica, una “sperimentazione” per il regime ambulatoriale; tale “sperimentazione” fu bloccata dal Ministero della Salute (la Regione Lazio era ancora in piano di rientro) e, ad oggi, non se ne sa più nulla.

L’ideologia rende ciechi e irragionevoli, portando a scelte volte solo a dimostrare che in Italia le donne devono pensarci bene prima di abortire; scelte sconsiderate, inappropriate dal punto di vista della Sanità pubblica, nonché offensive ed umilianti per le donne. Abbiamo, invece, soprattutto oggi, un grande bisogno di ragionevolezza: l’ospedalizzazione ingiustificata di persone sane comporta un aumento del rischio di contrarre infezioni (non solo COVID-19!), uno spreco di risorse economiche sempre più vitali per un sistema sanitario nazionale ridotto al lumicino, nonché un’occupazione di posti letto che vengono sottratti a chi ne ha realmente bisogno. E’ tempo pertanto che il Ministro della Salute elimini, finalmente, la raccomandazione del ricovero ordinario per la IVG farmacologica, ammettendo per questa procedura il regime in DH e il regime ambulatoriale, come richiesto dalla nostra e da numerose altre associazioni e da una petizione che ha raccolto migliaia di firme.

Ed è tempo che la Regione Lazio, e le altre Regioni italiane, in attesa di una chiara presa di posizione ministeriale, riprendano quel progetto di “sperimentazione”, migliorandolo, e permettendone l’attuazione negli ambulatori dei centri IVG (e in prospettiva in alcuni consultori): sarebbe una concreta dimostrazione dell’impegno per un governo della sanità che punta a salvaguardare la salute e le risorse economiche, mantenendo il rispetto per la libertà di scelta delle persone.

Anna Pompili e Mirella Parachini
Ginecologhe AMICA (Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto)
www.amicacontraccezioneaborto.it

14 Marzo 2020

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