Suicidio assistito. Assolti Welby e Cappato. Erano stati accusati di aver istigato e aiutato al suicidio un malato di Sclerosi multipla

Suicidio assistito. Assolti Welby e Cappato. Erano stati accusati di aver istigato e aiutato al suicidio un malato di Sclerosi multipla

Suicidio assistito. Assolti Welby e Cappato. Erano stati accusati di aver istigato e aiutato al suicidio un malato di Sclerosi multipla
La sentenza emessa ieri dalla Corte di Assise di Massa. Per i due esponenti dell’Associazione Luca Coscioni il Pm aveva chiesto una condanna a 3 anni e 4 mesi di reclusione. Filomena Gallo: ““È una decisione importante perché chiarisce che il requisito, per il malato, della presenza di trattamenti di sostegno vitale non è limitato alla sola presenza di macchinari ma comprende anche i trattamenti farmacologici e di assistenza”.

Mina Welby e Marco Cappato, rispettivamente co-presidente e tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, sono stati assolti ieri dalla Corte di Assise di Massa dall’accusa di istigazione e aiuto al suicidio per la morte di Davide Trentini, perché il fatto non sussiste per l’istigazione al suicidio (articolo 580 del Codice penale) e perché il fatto non costituisce reato alla luce della sentenza della Corte costituzionale 242/19, per l’aiuto fornito a Davide Trentini.
 
È stata questa la decisione dei giudici del Tribunale di Massa, al termine dell’udienza, in cui il Pubblico Ministero aveva chiesto una condanna a 3 anni e 4 mesi di reclusione.

Davide Trentini era malato di sclerosi multipla dal 1993. All’epoca dei fatti contestati aveva 53 anni e la sua vita, segnata da una salute progressivamente sempre più deficitaria, era diventata un calvario. Per questo ha contattato Marco Cappato e poi Mina Welby per conoscere le modalità e infine accedere alla morte volontaria in Svizzera.
 
Dopo vari incontri, Trentini ha ricevuto il cosiddetto semaforo verde ed è partito dunque per la Svizzera con Mina Welby dove ha avuto accesso alla cosiddetta morte volontaria il 13 aprile 2017.
 
Mina Welby ha accompagnato Davide Trentini in Svizzera, aiutandolo in tutte le procedure burocratiche. Marco Cappato, invece, aveva raccolto, attraverso l’associazione Soccorso Civile Sos Eutanasia di cui fanno parte entrambi insieme a Gustavo Fraticelli, i fondi mancanti per pagare la clinica Svizzera.
 
Welby e Cappato sono stati quindi imputati per aver aiutato Davide Trentini a raggiungere la Svizzera e ottenere il suicidio assistito, dunque per il reato di cui all’art. 580 del codice penale in concorso fra loro, (istigazione o aiuto al suicidio).
 
“La sentenza di oggi, nell’indifferenza del Parlamento, fa compiere un altro passo avanti verso un più ampio riconoscimento del diritto ad essere aiutati a morire – hanno dichiarato Marco Cappato e Mina Welby -. La nostra azione di disobbedienza civile proseguirà fino a quando il Parlamento non avrà deciso sulla legge di iniziativa popolare per l’eutanasia legale che attende da 7 anni”.
 
La Corte di Assise di Massa è stata chiamata a valutare i fatti anteriori alla sentenza della Corte Costituzionale n. 242/19, che ha legalizzato l’aiuto al suicidio a condizioni specifiche.
 
“La Corte oggi ha riconosciuto che l’aiuto fornito a Davide Trentini, 53 anni, malato di sclerosi multipla da quando ne aveva 27, non costituisce reato ai sensi della sentenza 242/19 della Corte costituzionale”, ha dichiarato Filomena Gallo, avvocato, coordinatrice del collegio difensivo di Cappato e Welby e Segretario Nazionale dell’Associazione Luca Coscioni,
 
“È stato riconosciuto che Davide Trentini possedeva quindi tutti i requisiti previsti dalla sentenza 242/19 della Corte Costituzionale che rende “non punibile chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio del malato, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”, aggiunge Gallo.
 
“È una decisione importante – sottolinea ancora l’avvocato – perché chiarisce che il requisito, per il malato, della presenza di trattamenti di sostegno vitale non è limitato alla sola presenza di macchinari ma comprende anche i trattamenti farmacologici e di assistenza come nel caso di Davide, così come dimostrato dalla consulenza tecnica fornita durante il processo. Aspettiamo le motivazioni per poter entrare nel dettaglio. Vogliamo però ricordare che ancora una volta sono i giudici che affermano libertà fondamentali dinanzi al Parlamento, che nonostante l’invito della Corte Costituzionale ad emanare una legge, ad oggi non ha discusso e emanato una legge che legalizzi tutte le scelte di fine vita”.
 
“Oggi ha vinto la Carta Costituzionale per i diritti e le libertà di tanti malati che, a seguito della sentenza della Corte Costituzionale, ora vedono una corretta interpretazione del requisito: ‘mantenimento in vita da trattamento di sostegno vitale’”, conclude Gallo.
 
Fonte: Associazione Luca Coscioni

28 Luglio 2020

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