Donne in sanità. Non è cambiato nulla: basta indugi sulle quote rosa
di Ornella Mancin
19 GEN -
Gentile Direttore,
l’interessante analisi della collega Noventa (
QS 11 gennaio) pone in evidenza come in sanità continui ad esserci una “questione femminile”. Il problema era stato anche da me sollevato tre anni fa al momento dell’insediamento del comitato centrale della Fnomceo (
QS 29 gennaio 2018) che come notoriamente sappiamo non ha al suo interno alcuna donna.
La “non”rappresentanza femminile in campo sanitario è stato ben documentato dai dati riportati sempre da Noventa e Maggi (
QS 2 settembre 2020) che hanno messo in luce come essa non sia limitata alla Fnomceo e agli Ordini Provinciali ma interessi anche i sindacati, l’Enpam, le società scientifiche ed anche gli ordini dei farmacisti, degli infermieri e delle altre professioni sanitarie: in una parola tutto il settore della sanità.
Di fatto la componente femminile manca di rappresentatività in tutti i maggiori organi di governo della professione.
Questo appare in linea con il Rapporto sul divario di genere pubblicato dal Forum economico mondiale. L’Italia è 76° su 153 paesi (sei posizioni indietro rispetto al 2018) per i progressi fatti verso la parità di genere in quattro campi: partecipazione e opportunità economiche, istruzione, salute e speranza di vita, coinvolgimento nella politica
.
“Oltre ad un divario salariale storicamente alto tra uomini e donne, l’Italia paga un’impostazione conservatrice riguardo ai ruoli di genere, che scarica sulle donne quasi tutto il lavoro domestico” sostiene Paola Profeta, docente di economia pubblica all’Università Bocconi di Milano, tra le autrici del rapporto
Tre anni fa parlai di “vulnus” della democrazia rappresentativa dal momento che a fronte del fatto che 7 operatori sanitari su 10 sono donne, solo meno di 3 su 10 occupano una posizione di leadership.
Il riordino degli Ordini Professionali di cui alla legge n. 3 del 11 gennaio 2018 di fatto ha introdotto solo una “raccomandazione” a favorire l’equilibrio di genere senza alcun obbligo specifico.
Bene quindi la provocazione lanciata dalla collega Noventa: visto lo scarso impatto della riforma sulle elezioni ordinistiche perché non pensare di introdurre le quote rosa?
A noi professioniste della sanità l’idea delle quote rosa ha sempre fatto venire l’“orticaria” convinte, come siamo sempre state, che una il posto se lo conquista con il merito e le proprie capacità.
Ne sono sempre stata convinta anch’io e l’arrivo tre anni fa del Presidente Anelli alla Fnomceo con le sue idee e voglia di cambiamento mi aveva fatto illudere che si sarebbe adoperato per dar voce al genere femminile sia sul piano della rappresentatività sia su quello scientifico che sempre di più evidenzia l’importanza della medicina di genere edimpone di ripensare l’ intero paradigma scientifico .
Così non è stato. Le donne continuano ad essere relegate in “recinti”, ad essere considerate ausiliare di una rappresentanza ingiustificatamente solo maschile.
Persino nella Chiesa cattolica notoriamente in mano ai maschi, il Papa sta facendo delle aperture straordinarie, “Oggi c'è bisogno di allargare gli spazi di una presenza femminile più incisiva nella Chiesa ….dobbiamo promuovere l'integrazione delle donne nei luoghi in cui si prendono le decisioni importanti” (ottobre 2020).
Possibile che solo tra i medici questo non rappresenti un problema? Del resto i colleghi maschi sono convinti che in campo medico l’eguaglianza tra uomini e donne sia già in essere e che abbiano le loro stesse opportunità di carriera. Impregnati di una cultura maschilista la maggior parte di loro non si rende conto di emarginare di fatto le donne non solo in alcuni settori specialistici (vedi chirurgie) ma anche nel territorio dimostrando spesso disinteresse per quello che le colleghe dicono, facendo battute volgari o apprezzamenti fisici, girando la testa dall’altra parte quando qualcunasubisce soprusi nell’ambiente di lavoro ….
Viviamo in una cultura in cui appare naturale che all’uomo spetti il comando e alle donne l’“accudimento”. Sarà per questo che a fronte di un quasi 70% di donne medico non vi è alcuna volontà di riconoscere un loro specifico ruolo nella rappresentanza.
Il sistema della governance in campo medico è costruita in modo tale che non ci sia spazio per le donne o vi sia solo sporadicamente ed occasionalmente (cosi è stato infatti per la presidente Cherservani).
La professione medica è saldamente in mano agli uomini che non hanno alcuna intenzione di cedere quote di “potere” alle donne e alle donne di fatto mancano i mezzi per entrare in questi spazi prettamente maschili.
Per questo mi sono convinta che non ci sia altra possibilità che chiedere con forza le “quote rosa”.
I cambiamenti culturali necessari per giungere ad una parità di genere in campo medico sono ancora molto lontani da avvenire ed è sempre più urgente e necessario assicurare un equilibrio di genere nei ruoli di rilievo e nei luoghi decisionali.
Circa un anno fa in Italia è stata innalzata al 40% la quota di donne che devono essere presenti nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa. Perché dunque non introdurre ciò anche per gli organi rappresentativi della professione medica?
Studi recenti hanno dimostrato che “le donne con ruoli di rilievo nelle aziende tendono a promuovere cambiamenti fondamentali che potrebbero poi aiutare altre donne nelle loro organizzazioni.” E questo è ciò di cui abbiamo urgente bisogno nella sanità pubblica.
Ornella Mancin
Medico di famiglia
19 gennaio 2021
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